La situazione generale in Cina

Repubblica Popolare Cinese

Capo di Stato: Hu Jintao
Capo del governo: Wen Jiabao
Pena di morte: mantenitore
Statuto di Roma della Corte penale internazionale: non ratificato

Un crescente numero di avvocati e giornalisti sono stati oggetto di vessazioni, detenzioni e carcerazioni. Migliaia di persone che praticano la propria fede religiosa fuori dal contesto delle chiese ufficialmente riconosciute sono state sottoposte a vessazioni e molte di loro sono state arrestate e imprigionate. Sono state migliaia le persone condannate a morte o che hanno avuto le loro sentenze eseguite. Migranti provenienti dalle zone rurali sono stati privati dei diritti fondamentali. È continuata la severa repressione degli uiguri nella Regione Autonoma dello Xinjiang e libertà di espressione e di religione hanno continuato a subire forti restrizioni in Tibet e ovunque presso le popolazioni tibetane.

Comunità internazionale

Prima di essere eletta nel nuovo Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, la Cina ha assunto impegni in materia di diritti umani, incluse la ratifica del Patto internazionale sui diritti civili e politici e l’attiva cooperazione con le Nazioni Unite in tema di diritti umani. Le società cinesi hanno continuato a esportare armi in Paesi dove presumibilmente vengono utilizzate per compiere gravi violazioni dei diritti umani come Sudan e Myanmar.

Tibetani

I tibetani della regione autonoma del Tibet e di altre zone hanno affrontato gravi restrizioni dei loro diritti alle libertà di credo religioso, di espressione e di associazione, oltre a discriminazioni nel campo dell’occupazione. Molti di essi, compresi monaci e monache buddisti, sono stati detenuti o imprigionati per aver praticato la propria religione o espresso le proprie opinioni. È continuato l’uso eccessivo della forza contro i tibetani che cercano di fuggire dalla repressione in Tibet. A settembre testimoni hanno visto guardie cinesi di pattuglia al confine sparare contro un gruppo di tibetani che cercavano di raggiungere il Nepal. È stata confermata l’uccisione di almeno un bambino.

*Woeser, una eminente intellettuale tibetana, si è vista più volte chiudere il suo blog in Internet dopo che aveva sollevato la questione del ruolo della Cina in Tibet.

*Sonam Gyalpo, un ex monaco, è stato condannato a 12 anni di detenzione a metà dell’anno per “aver messo in pericolo la sicurezza dello Stato” dopo che le autorità avevano trovato alcuni video del Dalai Lama ed altro “materiale incriminante” nella sua abitazione. La sua famiglia ha saputo del suo processo e della sentenza quando ha cercato di fargli visita nel luogo di detenzione.AU 76/08

Un appello recente

Data di pubblicazione dell'appello: 19.03.2008

Secondo informazioni provenienti dal Centro tibetano sui diritti umani e la democrazia (Tchrd), 15 monaci tibetani (Samten, Trulku Tenpa Rigsang, Gelek Pel, Lobsang, Lobsang Thukjey, Tsultrim Palden, Lobsher, Phurden, Thupdon, Lobsang Ngodup, Lodoe, Thupwang, Pema Garwang, Tsegyam e Soepa) sono in carcere dal 10 marzo per aver preso parte a una manifestazione pacifica a Barkhor, Lhasa, la capitale della Regione autonoma tibetana. Non si hanno ulteriori informazioni sul luogo in cui sono detenuti né su eventuali accuse formulate nei loro confronti. Amnesty International teme rischino di subire torture e altri maltrattamenti.

Il 10 marzo, centinaia di monaci hanno dato vita a una marcia dal monastero di Drepung verso Barkhor. Un altro gruppo, di cui i 15 monaci ora in carcere facevano parte, ha iniziato a marciare dal monastero di Sera ma è stato subito bloccato dalle forze di sicurezza cinesi. I monaci chiedevano al governo di Pechino di porre fine alla campagna di “rieducazione patriottica”, che li obbliga ad abiurare il Dalai Lama e li sottopone alla propaganda governativa.

Le manifestazioni a sostegno dei monaci arrestati si sono estese ad altri monasteri e hanno coinvolto settori più ampi della popolazione, a Lhasa e nelle province vicine del Qinghai, del Gansu e del Sichuan, popolate in larga parte da tibetani. Il 14 marzo le proteste si sono fatte violente; alcuni dimostranti hanno assalito e incendiato esercizi commerciali cinesi e hanno aggredito persone di altri gruppi etnici.

Il governo di Pechino ha sollecitato i manifestanti ad arrendersi entro la mezzanotte del 17 marzo, ora locale, promettendo un trattamento indulgente a coloro che avrebbero rispettato l’ultimatum.

Attualmente le strade di Lhasa sembrano essere per lo più calme e sgombre, mentre giungono notizie di disordini nelle province del Gansu e del Sichuan. La polizia e i militari cinesi stanno rastrellando le case di Lhasa, dalle quali alcuni testimoni hanno visto trascinare via persone con la forza, e pare stiano ricorrendo a un uso eccessivo della forza contro manifestazioni sporadiche ancora in corso a Lhasa e in altri centri del Tibet. Il fatto che un gran numero di truppe sia stato dispiegato nella regione fa temere che possano essere commesse ulteriori violazioni dei diritti umani.

Le autorità cinesi hanno imposto un blocco pressoché totale delle notizie provenienti dal Tibet e dalle zone limitrofe. Dal 12 marzo ai giornalisti non viene più permesso l’ingresso nella regione. Gli inviati che già si trovavano in Tibet sono stati costretti a rimanere alla larga dalle province del Gansu, del Sichuan e del Qinghai.

Il governo cinese ha il diritto e il dovere di difendere tutte le persone e le proprietà dagli atti di violenza. Allo stesso tempo, il diritto internazionale richiede che le autorità affrontino una crisi come quella tibetana rispettando i diritti umani fondamentali e i principi della necessità e della proporzionalità nell’uso della forza.

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